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Berlinale

14

feb
2016

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By Stefano Careddu

Vergine giurata: riscoprendo la propria femminilità

On 14, feb 2016 | No Comments | In Altro, Notizie | By Stefano Careddu

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Il 12 febbraio del 2015 veniva presentato in anteprima al Festival di Berlino Vergine Giurata, esordio al lungometraggio di Laura Bispuri, classe 1977. A un anno esatto di distanza, il cinema Lumière (la sala della Cineteca di Bologna) ha deciso di riproporre il film, invitando la regista a discuterne con il pubblico al termine della proiezione.

La giovane cineasta romana è cresciuta a pane e cinema: il nonno lavorò come attrezzista in grandi film e con autori del calibro di Rossellini, Scola, Bertolucci, etc. e il padre è  studioso e scrittore di cinema. Inoltre il fratello, Valerio, sta avendo grande successo come fotografo. Una famiglia legata a doppio filo con il culto dell’immagine che ha permesso a Laura di districarsi egregiamente con il linguaggio cinematografico e partecipare a una delle vetrine più prestigiose a livello globale, quale è la Berlinale. In realtà ci troviamo di fronte a un’artista abituata al successo fin dal principio: il suo esordio alla regia di un cortometraggio, Passing Time del 2010,  le fruttò un David di Donatello al miglior cortometraggio e fu selezionato tra i migliori otto corti del mondo nell’ambito dello “Short Film Golden Night”, organizzato dall’ Académie des César di Parigi. Successivamente diresse Salve Regina e poi Biondina, ottenendo altri riconoscimenti tra cui il Nastro d’Argento come “Talento emergente dell’anno“. Dopo queste ottime premesse arriva il primo lungometraggio, sostenuto da  prestigiosi enti e personalità appartenenti al mondo del cinema che, dopo una gestazione di circa tre anni, ha visto la luce nel 2015. 

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Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Elvira Dones: Hana (Alba Rohrwacher), dopo essere rimasta orfana, viene accolta da Gjergi e dalla sua famiglia. In questo villaggio montuoso dell’Albania settentrionale, crescerà con la sorellastra coetanea Lila, fino a quando tutto si complicherà e le due si vedranno costrette a prendere decisioni che condizioneranno la loro vita. In questo villaggio vige una legislazione arcaica, maschilista e patriarcale, secondo la quale la donna è sottomessa al volere dell’uomo, non gode dei suoi stessi diritti ed è costretta al matrimonio combinato, secondo antiche regole riconducibili al codice del Kanun, risalente forse al Medioevo o forse al XV secolo, che regola numerosi aspetti della vita di questi luoghi. Fin dall’adolescenza si comprende che anche una innocente corsa liberatoria (non nuova nel cinema della Bispuri, vedi l’incipit di Biondina) o il canto di una dolce melodia saranno interdetti per coloro che diverranno donne. Crescendo, la sorella Lila sarà promessa in sposa a un uomo non gradito, si ribellerà fuggendo in Italia con quello che diverrà suo marito. Hana troverà un altro modo di evitare la sottomissione, divenendo vergine giurata, rinunciando al sesso per la vita, reprimendo la propria femminilità e assumendo modi e costumi maschili. Solo in questa maniera Hana, divenuta per tutti Mark, potrà godere dei privilegi che hanno gli uomini, finalmente poter imbracciare un fucile e sparare, metafora della ricerca  di libertà e potere che altrimenti non avrebbe ottenuto. Ma questo, come presto scoprirà, è un piacere effimero e il prezzo da pagare in termini di rinuncia diverrà insostenibile. Alla morte del patrigno, raggiungerà la sorella in Italia e intraprenderà un viaggio alla scoperta di sé stessa, venendo a conoscenza della propria femminilità nello specifico e più in generale della libera espressione dell’individuo. La struttura del film alterna bruscamente e rapidamente il presente italiano con flashback passati dell’infanzia vissuta nelle montagne albanesi, affiancando la complessità narrativa all’ambivalenza del personaggio. La caratterizzazione della protagonista sembra ben riuscita, la Rohrwacher assume caratteristiche mascoline, aiutata da una fisicità che ben si presta a interpretare personaggi vagamente androgini. Hana giunge in una società dove è costretta a prendere confidenza con il proprio corpo e di conseguenza con la propria sessualità. Ritrova la sorellastra , il cognato, simbolo delle proprie radici, farà la conoscenza della figlia di Lila, che, paradossalmente, la educherà alla scoperta di se stessa, semplicemente ponendole delle domande che forse Hana/Mark non aveva mai rivolto a sé. Il viaggio di ritorno verso la riscoperta della propria femminilità avviene gradualmente, forse in modo stereotipico, ma comunque efficace, come una lenta e agognata liberazione da catene autoimposte.

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Lo stile ricalca i primi lavori della regista romana, molte volte la macchina da presa è collocata alle spalle dei personaggi, ancora maggiori sono le occasioni in cui si seguono o precedono gli attori con la camera in spalla e i dialoghi sono ridotti all’osso, cercando di lasciare maggior respiro alle immagini, come un certo cinema d’autore sembra richiedere negli ultimi anni. La lente di Laura Bispuri evita di prendere posizione, di giudicare, non intende dipingere un’Albania cattiva e una promised land italiana piuttosto improbabile e per questo, a volte, è stata definita non capace di creare empatia tra il pubblico e il personaggio, ma forse è proprio questo distacco a rendere Vergine Giurata un’opera di vitale importanza per il nostro cinema, anche solo perché sente il bisogno e il dovere di trattare tale argomento. Il coinvolgimento della personalità della regista sembra trasudare dalle immagini, proprio come si sentiva nei suoi precedenti e più piccoli lavori. Questo, senza dubbio, si fa valore aggiunto a un’opera prima d’impatto, seppur non perfetta. 

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Blind: un approccio meta-cinematografico per indagare la dicotomia tra finzione e realtà mostrando quanto sia labile la linea di confine tra queste

On 08, set 2015 | No Comments | In Altro | By Samuel Antichi

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Immagina di poter vedere di nuovo. Saresti felice?

Da quando recentemente è stata affetta da cecità, Ingrid (Ellen Dorrit Petersen) si rifugia nell’immaginazione. Si esercita ad identificare gli oggetti familiari attraverso il tatto, dal momento in cui la memoria visiva di questi sta svanendo gradualmente. Protetta dalle mura del suo appartamento ascolta dalla finestra le voci del mondo esterno. Immersa nei propri ricordi e desideri repressi, scrive un racconto immaginario, fantasticando di essere segretamente osservata da un voyeur oppure di venir tradita dal suo noiosissimo marito Morten (Henrik Rafaelsen), il quale potrebbe avere un’avventura extraconiugale. Ricostruisce la propria vita ridistribuendo i ruoli di chi ne fa parte, fabbricando una realtà che ormai non riesce più a vedere con i propri occhi.

Presentato alla 64ma edizione della Berlinale, e prima ancora al Sundance Film Festival, Blind (2014) l’opera prima di Eskil Vogt, già sceneggiatore e fedele collaboratore del regista norvegese Joachim Trier, mette lo spettatore nelle condizioni della sua protagonista, cui non importa più cosa è reale fino a quando non riesce a visualizzarlo chiaramente. Un’esperienza sensoriale disorientante all’interno di un mondo che sta per essere dimenticato per sempre, fatto di memorie, sguardi, odori, dettagli, primi piani e indizi sonori. Un lento e progressivo viaggio nell’oscurità dove è difficile richiamare alla memoria i luoghi, le persone una volta che va sparendo il loro ricordo descrittivo. Uno spazio in cui non ci si può districare, in cui finzione e realtà non hanno più distinzione, mescolandosi fino a portarci a dubitare su quello che noi stessi osservatori stiamo vedendo. Siamo spettatori di quello che la protagonista immagina o di quello che è reale? I protagonisti della storia sono solamente frutto della sua fantasia?

Riflettere sulla combinazione tra artificio, realtà, le loro possibili percezioni, ciò che esiste all’interno e all’esterno del fotogramma è sempre stato un imperativo del cinema fin dalle sue origini. Blind   sottolinea l’aspetto ontologico, mostrando quanto sia labile la linea di confine che separa reale e fittizio, immagini più o meno intenzionali frutto della mente della protagonista o del regista stesso, costruttori di universi più o meno possibili in cui è tanto pericoloso quanto affascinante perdersi.

 

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