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In the Crosswind

In the Crosswind: Sculture nel tempo

On 13, apr 2016 | One Comment | In Altro | By Samuel Antichi

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“Sento come se il tempo si fosse fermato qui in Siberia. Sento come se il mio corpo fosse qui in Siberia, mentre la mia anima rimasta a casa.”

Subito prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale (1939-1940), l’Armata Rossa occupò militarmente gli stati Baltici (Lettonia, Estonia, Lituania), a seguito del patto di non aggressione (Patto Molotov-Ribbentrop) per mezzo del quale la Germania Nazista e L’Unione Sovietica si spartirono di comune accordo i territori di confine in sfere di influenza. Dal 10 luglio 1941 gli abitanti dell’Estonia, così come degli altri territori baltici occupati, furono deportati nei campi di lavoro forzato in Siberia e in Kazakistan nei quali molti di essi persero la vita. L’avanzata tedesca e l’inizio della guerra fermò temporaneamente i russi, che una volta rioccupata L’Estonia nel 1944, diedero inizio ad una seconda ondata di deportazione che coinvolse decine di migliaia di cittadini e che si concluse solo alla fine del regime di Stalin (1953). L’orrore che seguì l’occupazione dell’Estonia nel 1940, l’Olocausto Russo come verrà poi definito, viene affrontato dal giovane regista estone (classe 1987) Martti Helde nel suo primo lungometraggio In the Crosswind (Risttuules, 2014), presentato in anteprima mondiale al Toronto Film Festival, successivamente in patria al Black Nights Tallinn Film Festival dove si è aggiudicato il Premio per la Miglior Fotografia e l’Estonian Film Award, e in Italia al Trieste Film Festival. La storia narrata è tratta da materiale testuale d’archivio raccolto dal regista, dalle lettere scritte realmente dalla propria famiglia (il nonno venne detenuto in un campo di prigionia), si aggiunge un restante 40 per cento di scritti provenienti da svariati racconti e biografie delle oltre 40.000 persone che hanno vissuto il dramma della deportazione (come il film tende a sottolineare nei titoli di testa).

La narrazione è scandita dalla voice-over di Erna (Laura Peterson), un personaggio immaginario che restituisce alla tragedia una dimensione personale dal momento in cui le storie a cui viene data voce (e immagini), sembrano tratte dal diario della protagonista o dalle lettere che la donna continua a scrivere al marito Heldur (Tarmo Song) dal campo di lavoro nel quale è stata inviata insieme alla figlia Eliide. Il film si apre con una visione bucolica della famiglia riunita nella casa in campagna, accompagnata dalla voice-over di Erna che ricorda con nostalgia i momenti vissuti col marito e la figlia. A seguito dell’occupazione sovietica l’idillio si trasforma presto in orrore, il racconto prosegue facendosi sempre più drammatico, dipingendo i metodi repressivi sovietici e le avversità subite dai deportati.

In un freddo bianco e nero 35mm il film rievoca l’orrore cristallizzando nel tempo luoghi, gesti e volti in una serie di tableau vivants (13 in totale, per la cui preparazione di ognuno sono occorsi dai due ai sei mesi). Gli interpreti (circa 700 in totale), rimanendo immobili, scalfiti solo dalle pieghe del vento, rimettono in scena come in un quadro animato la tragedia personale di Erna. Contrapposta alla staticità dei corpi la macchina da presa si muove geometricamente all’interno del quadro attraverso sinuosi piani-sequenza addentrandosi sempre più nei meandri dell’orrore per ritornare infine alla sua posizione originaria cogliendo i personaggi in un’altra posizione o espressione. Andando oltre l’esercizio formale e non cadendo nel pietismo di cui certe storie si possono intaccare, In the Crosswind, riesce ad attraversare le pieghe dell’animo dello spettatore attraverso la sua messa in scena straniante che distaccando i corpi dalle azioni provoca un’esperienza contemplativa estrema, restituendo immagini ad una tragedia taciuta per la quale non si aveva più memoria.

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