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Quinzaine des Réalisateurs

Embrace of the Serpent: Alla ricerca di un mondo perduto

On 10, mag 2016 | No Comments | In Altro | By Samuel Antichi

 

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“Il solo modo in cui poteva guarire era imparare a sognare”

Foresta Amazzonica 1909, Theodor Koch-Grunberg (Ja Bijvoet) un etnografo tedesco, insieme a Manduca (Yauenkü Migue), la sua guida locale, è in cerca di una pianta rara (yakruna), l’unica in grado di curarlo dalle misteriosi febbri che lo stanno portando alla pazzia. Mentre risalgono il fiume incontrano Karamate (Nilbio Torres) un giovane sciamano Cohiuano che vive da solo nel profondo della foresta ed è l’unico a sapere dove si trovi il fiore. Molti anni più tardi Evans (Brionne Davis), un etnobotanico americano, ritrova lo stesso sciamano (Antonio Bolívar), ormai un uomo anziano, diventato un Chullachaqui, uno spirito vuoto, privo di emozioni e ricordi, l’ultimo sopravvissuto di un popolo di cui ha dimenticato il sapere, di cui non riesce più ad interpretare le stesse pitture rupestri il cui significato ormai è andato perduto per sempre. Il giovane scienziato vuole ripercorrere la ricerca di Theodor, di cui conserva gli appunti di viaggio, mandati in Europa dall’assistente, dal momento che l’etnografo tedesco ha perso la vita nella giungla. Karamakate decide di aiutare Evans nella ricerca della pianta, in grado di far sognare chi la assume, intraprendendo con lui un viaggio nel cuore della foresta così come nei suoi ricordi più profondi.

Presentato in concorso alla Quinzaine des Réalisateurs durante la 68ª edizione del Festival di Cannes, Embrace of the Serpent (El abrazo de la serpiente, 2015), nominato successivamente all’Oscar per Miglior Film Straniero, si basa sui diari di due scienziati, il tedesco Theodor Koch-Grunberg e l’americano Richard Evans Schultes, che agli inizi del XX secolo hanno avuto la possibilità di incontrare e avere come guida uno degli ultimi sciamani rimasti in vita, profondo conoscitore della foresta amazzonica. Il regista colombiano Ciro Guerra e lo sceneggiatore Jacques Toulemonde Vidal, costruiscono intorno alle due linee narrative, alternando continuamente diverse dimensioni temporali, passato e presente, in un susseguirsi di biforcazioni e sequenze oniriche, un’esplorazione metafisica all’interno di una cultura spazzata via dall’arrivo della civiltà europea.

Attraverso la messa in scena della devastazione portata dal colonialismo, come il genocidio e la schiavitù dei nativi, la depredazione di risorse come il caucciù, o l’imposizione della religione cristiana a discapito di tradizioni centenarie considerate con disprezzo culti pagani, il film cattura il flusso incontrollabile della storia che come un fiume mosso da una forza sovrannaturale trascina con sé, nel suo corso, il grande credo spirituale delle tribù indigene. Mostrando la magnificenza e la maestosità della natura circostante per mezzo di una fotografia sovraesposta in bianco e nero che contribuisce a rendere le atmosfere ancora più magiche e mistiche, il regista lascia che lo spettatore si soffermi a contemplare ogni minimo dettaglio, le curvature delle foglie, l’avanzare delle nuvole nel cielo. Un viaggio extrasensoriale verso il caos che imperversa quando il sapere omologante dell’uomo bianco attraverso la parola scritta, la scienza, la tecnologia e il denaro, mette fine alla conoscenza sciamanica, alla cultura indigena, il cui orientamento nella foresta non sarà più guidato dai movimenti astrali ma affidato all’esattezza di un compasso e di una bussola, i cui canti che prima aleggiavano nella natura verranno sovrastati dalla musica di un grammofono, la cui anima verrà imbalsamata nel tempo, catturata dai libri, dai disegni, dalla fotografia, che farà di persone immagini, ritratti, mere parvenze, il cui spirito non continuerà a manifestarsi nella giungla ma esposto in un museo.

 

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