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Tarantino

16

apr
2016

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By Laborafilm

Il Roadshow, Tarantino e i suoi otto odiosi compari

On 16, apr 2016 | No Comments | In Altro | By Laborafilm

“Sta ricordando alla gente che il cinema è un luogo da rispettare”

Road Show: questo termine rimanda a un’altra epoca, spettacoli itineranti, nati negli anni ’50, che conobbero la loro età d’oro nei’60s. Tempi bui per il cinema americano, il 1948 segnò un punto di svolta per la sua Storia. La sentenza divenuta celebre come Paramount-Case sancì la fine della cosiddetta Integrazione verticale, le Major, che controllavano la produzione dei film così come il loro esercizio nelle sale, si trovarono costrette a scegliere tra una di queste fasi, optando per il mantenimento del controllo sul settore produttivo. Ne seguì un periodo di crisi: il cinema sentiva il bisogno (soprattutto economico) di recuperare il terreno (il pubblico) perduto, così provò a porsi come un evento culturale  più “alto”, mutuando caratteristiche prettamente teatrali. Furono prodotte pellicole dal grande impatto spettacolare, kolossal onerosi, opere imponenti, caratterizzate da una massiccia promozione pubblicitaria, “film-evento”, nel tentativo di inculcare nella mente dello spettatore la convinzione di non poter mancare per nessuna ragione tali appuntamenti. Musicals, epopee storiche, che caratterizzarono il periodo definito da Peter Kramer “Roadshow Era”Quentin Tarantino, da buon cinefilo, ha confezionato la sua ultima fatica recuperando sapientemente questa strategia produttiva. The Hateful Eight è stato girato in UltraPanavision 70mm, formato caduto in disuso dal 1966, anno di uscita di Karthoum, ma non tutti hanno avuto il privilegio di poterlo ammirare in tale formato, specialmente fuori dagli States (dove è stato distribuito, sotto questa veste, in ben 98 sale). L’Italia, oltre ad aver ospitato una première romana arricchita dalla presenza del regista, ha ospitato il Roadshow tarantiniano nelle sale dell’Arcadia di Melzo (MI) e al cinema Lumiére di Bologna. Il recupero di un’operazione commerciale in funzione di una maggiore sensibilizzazione verso un cinema che, seppur mainstream, ha tutta l’intenzione di porsi come cruciale fattore culturale, non fa altro che elevare Tarantino a un ruolo, se possibile, ancor più prestigioso di quello che già ricopriva, regalando il primo Oscar (se si esclude quello alla carriera del 2007 “per i suoi magnifici e multiformi contributi nell’arte della musica per film”) ad un immenso Ennio Morricone, il quale, dopo 40 anni, torna a comporre una colonna sonora per un film western.

Stefano Careddu

In corrispondenza dell’uscita al cinema di Inglourious Basterds, molti giornalisti chiesero a Quentin Tarantino cosa volesse dire chiudendo un film sulla Seconda Guerra Mondiale con la sconfitta di Hitler e la vittoria dei soldati ebrei. La domanda, di per sé fallace, poiché il film non è certo “sulla Seconda Guerra Mondiale”, trovò una sagace risposta tecnica da parte del regista: “Ad un certo punto del processo di scrittura mi resi conto che, se davvero fosse esistito un battaglione come I Bastardi, esso avrebbe certamente vinto la guerra”. Tarantino è uno sceneggiatore innamorato di ogni suo personaggio: gode nell’immaginare per ognuno di essi una vita intera, che spesso non prende posto sullo schermo, si esalta nel vederli interagire, crescere e, soprattutto, morire. Questo realismo interno all’universo filmico, tale sincerità totale nei confronti dei personaggi, definisce gran parte dello sviluppo narrativo, del rapporto tra Tarantino e i suoi film e, di conseguenza, tra lo spettatore e lo spettacolo di cui è testimone. Sembra iniziare i suoi lavori con la scelta del genere cinematografico – il suo grande amore – e con la costruzione dei personaggi. Dopodiché stringe amicizie, simpatie, relazioni con ognuno di essi, e solo allora il racconto prende forma. Questo processo, ravvisabile in misura differente nelle sue opere, sembra trovare il suo apice in The Hateful Eight.

Ma procediamo con ordine: The Hateful Eight presenta quattro momenti nei quali lo spettatore si trova in condizione privilegiata rispetto ai personaggi.

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Nel capitolo Domergue’s Got a Secret, il flashback dell’avvelenamento del caffè porta la nostra conoscenza dei fatti al di sopra di quella dei sei personaggi che non stavano tenendo d’occhio la caffettiera, equiparandola a quella di Joe Gage e Daisy. Lo scarto è colmato nel giro di pochi secondi,quando il vomito sanguinolento di John Ruth rende la faccenda palese a tutti. In precedenza, il dialogo che il Maggiore Marquis Warren e Bob hanno nella stalla permette allo spettatore di sospettare del sedicente locandiere. Il solo fatto che Bob sia messicano lo rende il principale sospettato agli occhi di Warren, ma non ancora a quelli dello spettatore, che è totalmente inconsapevole dell’odio razziale di Minnie. Cresce quindi un doppio scarto gnoseologico: lo spettatore sospetta di Bob più di quanto possano fare gli altri personaggi, ma non possiede ancora le certezze delle quali è forte Warren. Poco prima che Gage si dichiari colpevole, questo doppio scarto viene colmato: Warren espone istrionicamente la propria inattaccabile tesi e dilania l’identità di Bob. Una rapida, quasi istantanea, prospettiva privilegiata mostra un uomo nascosto sotto il pavimento. Nell’incipit di Inglourious Basterds la macchina da presa si abbassava lentamente scovando gli ebrei nascosti sotto il pavimento; Hans Landa proseguiva nel suo interrogatorio fino ad costringere Monsieur LaPadite a svelare il nascondiglio; solo allora il diabolico ufficiale tedesco portava a termine il suo compito. In The Hateful Eight lo stesso cambio di prospettiva sortisce un effetto meno rilevante: il regista guida l’occhio dello spettatore in una rapida discesa, Tatum spara e va a segno.

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“The Four Passengers” chiude il cerchio. Bob e Gage sono già inequivocabilmente colpevoli, Ruth, Warren e Mannix la parte lesa della vicenda, inoltre ci è già stata mostrata l’azione dell’uomo nascosto sotto il pavimento. Colpe e meriti sono già distribuiti, nella stessa misura, sia nella mente dei personaggi rimasti in vita che in quella dello spettatore. Il capitolo ha la sola funzione di chiarire l’antefatto, specialmente per quanto riguarda Osvaldo Mobray. Inoltre, scoprire che all’interno dell’emporio sono state nascoste alcune armi è cosa di poco conto: lo spettatore fa appena in tempo a ipotizzare una rivalsa di Gage, che questi rivela la sua inesperienza con la pistola. In fin dei conti la presenza di un occhio esterno sulla vicenda non rivela mai sensazionali colpi di scena. Queste prospettive privilegiate confermano ipotesi già esistenti, forniscono qualche flebile indizio o hanno effetti troppo rapidi che creano un effetto suspance castrato, incapace di sprigionarsi nella sua totalità. Se immaginassimo di tagliare dal film il flashback sull’avvelenamento del caffè, la tensione generale non ne risentirebbe: improvvisamente Ruth e O.B. vomiterebbero sangue e Warren troverebbe una spiegazione. Cambierebbe ancora meno, in termini di suspance, se eliminassimo l’intero capitolo sull’antefatto. Rimarrebbe solo qualche dubbio sulle ragioni di Mobray e qualche aspettativa in meno sulle doti da pistolero di Gage. Inoltre, tre false piste presenti nella narrazione sono volontariamente private di gran parte della suspance potenziale: a metà del viaggio, Ruth palesa il sospetto di un complotto tra Mannix e Warren, ma basta che il confederato si mostri perché questa congettura suoni come un tonfo nel vuoto; lo spettatore è portato a non riporre fiducia nel sedicente sceriffo, “Son of  gun”, ma appena si entra nell’emporio ci si ricrede; inoltre, nel momento in cui Joe Gage confessa di aver avvelenato il caffè e Bob espone il suo alibi di ferro, possiamo ipotizzare che i due non siano in combutta e immaginare una coincidenza spazio-temporale per due distinti complotti (come succedeva in I). D’altra parte, Bob è già morto, Gage è disarmato e arriva repentino il capitolo esplicativo a toglierci ogni dubbio.

Bruce Dern in The Hateful Eight

Analizzando, a posteriori, la sincerità dei personaggi, ci accorgeremo che John Ruth, il Generale Smithers e Chris Mannix non mentono mai; per quanto riguarda Marquis la sua sola menzogna è la lettera di Lincoln; Daisy Domergue arriva perfino a sbandierare ironicamente la verità sull’intrigo portante del film. I soli bugiardi sono Bob, Osvaldo e Joe. Verità e menzogne vengono tutte alla luce nel momento della sparatoria tra Mobray e Mannix. Lo spettatore possiede ora un chiaro scenario dell’intera vicenda: Warren e Mannix sono davvero capitati casualmente sulla strada del Boia, Smithers è anch’egli invischiato per caso nel bagno di sangue e, tutti gli altri personaggi, sono in combutta per uccidere Ruth. Eppure, questo è lo scenario più probabile già nei primi minuti di permanenza nell’emporio: Ruth e Warren si sono già conosciuti, sono davvero cacciatori di taglie, non abbiamo motivi rilevanti per sospettare che agiscano per secondi fini; Mannix è stato riconosciuto sceriffo grazie ai documenti di Mobray; Smithers non sembra mai avere motivi per mentire; Gage e Bob, dei quali non ci siamo mai fidati del tutto, sono effettivamente in combutta come previsto da Ruth. L’unico errore che possiamo commettere è credere Mobray innocente e incappato casualmente in questa sanguinosa vicenda. Mannix è l’unico che dice la verità, ma del quale, temporaneamente, sospettiamo; Osvaldo Mobray è il solo che mente per tutto il film, ma verso il quale non siamo propensi a sospettare. per quanto riguarda gli altri, il giudizio dello spettatore coincide con la realtà dei fatti: John Ruth, Marquis Warren e il Generale Smithers ispirano fiducia e dicono la verità, Bob e Joe Gage sembrano sospetti e appunto mentono.

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The Hateful Eight possiede tutti i presupposti tipici di un magistrale spettacolo di tensione e colpi di scena, ma Tarantino priva il film di una costruzione narrativa che produca un alto grado di suspance e lascia liberi i personaggi di offrirci poche sorprese. Senza il dialogo sulla Guerra Civile nella diligenza, avremmo conservato il dubbio di un legame segreto tra Mannix e il Maggiore Warren, privati dell’incredibile coincidenza dei documenti di Mobray non avremmo mai creduto che Mannix potesse essere il futuro sceriffo di Red Rock, se il Generale Smithers non fosse stato ucciso avremmo potuto sospettare che la sua presenza nell’emporio non fosse del tutto una fatalità, se Warren avesse esposto subito la regola dell’esclusione dei Messicani i nostri sospetti sarebbero caduti su Bob, se il veleno versato nel caffè non avesse fatto effetto in una manciata di secondi avremmo atteso palpitanti la morte di John Ruth, se Joe Gage non avesse confessato subito avremmo inasprito i sospetti nei confronti dell’apparentemente sincero Mobray, se l’uomo nascosto sotto il pavimento non avesse sparato appena inquadrato avremmo temuto per la sorte di Warren, se Gage non avesse impugnato la pistola appena gli era a portato di mano ci saremmo caricati di fiducia nei confronti delle abilità del cowboy. Tutto ciò non succede, eppure The Hateful Eight mantiene vivo l’interesse del pubblico dall’inizio alla fine. Messa da parte la soddisfazione derivante dalle comuni tecniche narrative del thriller, il film può sfoderare la potenza dell’osservazione nell’esperimento sociologico, antropologico, politico. Lo spettatore prova un piacere meno viscerale, quasi un’asettica curiosità scientifica, nell’osservare come interagiscano otto brutti ceffi costretti in una stanza dalla quale non possono uscire. In quest’ottica, diverse relazioni tra i personaggi acquistano un valore sociologico: l’opposizione bianco-nero, confederato-unionista, donna-uomo, sceriffo-boia-criminale-cacciatore di taglie sono testimonianze realistiche, documenti, di una società frammentata in mille pezzi. Non è un caso, quindi, ma nemmeno un presupposto, che il film termini con una situazione vagamente omoerotica che coinvolge i due personaggi reciprocamente più diversi: le distanze tra Marquis Warren, il nero cacciatore di taglie ex-soldato dell’Unione, e Chris Mannix, il bianco sceriffo ex-Confederato, vengono appianate dall’inutile e infine fallimentare lotta per la sopravvivenza.

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Il regista costruisce una semplicissima situazione iniziale, si siede nella stanza insieme agli otto, scopre man mano la vicenda e la racconta con sincero realismo, senza sovrastrutture e senza la necessità di stupire o incantare nessuno. Sono otto persone odiose, votate al reciproco annientamento e che si oppongono all’empatia di chi li guarda. La pellicola è il dispositivo deputato al racconto di verità che non esistono, il 70mm Ultrapanavision il mezzo del grande evento, dell’osservazione ampia, ma precisa e particolareggiata: The Hateful Eight si configura come un gigantesco spettacolo di verità. E la verità, nel cinema di Tarantino, è sempre meno soddisfacente della finzione. È questo il senso della lettera di Lincoln: una menzogna così ben raccontata che commuove, ferisce e che, anche quando si palesa come tale, è il grande piacere dell’uomoDjango Unchained era una meravigliosa cavalcata di fantasia, un trionfante sogno ad occhi aperti, Kill Bill un gigantesco gioco di viscerale piacere visivo. Sono lettere false ma scritte tanto bene da strapparci applausi e grida. The Hateful Eight è vero e senza speranze. La realtà così com’è, non come vorremmo che fosse.

Stefano D’Antuono

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