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Tom Hardy

18

mar
2016

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By Laborafilm

Legend: l’ascesa criminale dei gemelli Kray

On 18, mar 2016 | One Comment | In Altro | By Laborafilm

I gemelli Reggie e Ronald Kray sono stati i protagonisti della storia criminale londinese dell’immediato secondo dopoguerra. Tra gli anni ’50 e ’60 hanno dato vita ad un proficuo impero criminale che dall’East End londinese si è espanso a macchia d’olio permettendogli di esercitare la loro violenta influenza sull’intera capitale britannica a colpi di rapine, aggressioni (non di rado torturavano i loro rivali in affari), omicidi e sfruttamento del racket delle protezioni, riuscendo a mantenere nel frattempo un alto profilo mediatico. I due vennero intervistati dalla BBC nel 1965 e posarono per il fotografo della swinging London, David Bailey, al quale Michelangelo Antonioni si ispirò per il personaggio di Thomas, interpretato da David Hemmings, protagonista del suo Blow Up.

Legend, partendo dal libro scritto nel 1972 da John Pearson The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray Twins, ci racconta le gesta dei due gemelli, tanto uguali quanto diversi: Reggie, freddo e relativamente riflessivo e Ronald, paranoico, schizofrenico e violento. Alla regia e alla sceneggiatura troviamo Brian Helgeland, il quale si è fatto conoscere al grande pubblico per essere stato sceneggiatore di molti film tra i quali l’ottimo L.A. Confidential (1997), l’intenso noir moderno Payback (1999) del quale firma anche la regia, e Mystic River (2003). Insomma le carte in regola per sperare in un ottimo film ci sono tutte. Ci sarebbero tutte. In questo caso il condizionale è d’obbligo perché il film, purtroppo, soffre di alcuni difetti che deludono le aspettative.

Le storie che si dipanano sono sostanzialmente tre: l’ascesa criminale dei gemelli Kray, il loro rapporto personale e la storia d’amore tra Reggie e Frances, alla quale il gangster giurerà eterna fedeltà. Il film pecca innanzitutto nel gestire e nel bilanciare queste tre linee narrative che sì, si incontrano, ma solo apparentemente si incrociano, rendendo la narrazione incredibilmente frammentaria e disomogenea. Il film non riesce ad essere pienamente né una storia di fratelli , né una storia d’amore, né di crimini, ma nemmeno una saggia commistione delle tre cose, proprio per quella frammentarietà di cui si diceva poco fa. Helgeland lavora inspiegabilmente di sottrazione, frustrando la curiosità dello spettatore che arrivato a fine film vorrebbe veramente saperne di più. Scelta decisamente azzardata, soprattutto se si racconta la storia di due gangster che hanno fatto della loro immagine pubblica il loro cavallo di battaglia, gettandosi coraggiosamente e sfacciatamente nelle braccia dei media e che a tutti gli effetti sono ricordati in patria come celebrità, seppur con le dovute precauzioni. Neanche a farlo apposta, questo aspetto viene saltato a piè pari dal regista/sceneggiatore andando a sacrificare uno dei lati decisamente più curiosi di questa vicenda criminale, preferendo concentrarsi su una trama narrativamente poco generosa che restituisce veramente poco allo spettatore (i momenti salienti si contano su due dita). D’altra parte, su un piano puramente visivo, la regia di Helgeland è efficace ed asciutta, così come la doppiamente ottima interpretazione di Tom Hardy, il quale forse risulta più convincente nei panni di Reggie che in quelli del fratello psicopatico, ridotto dalla sceneggiatura a poco più di un elemento di disturbo, viziato da uno spessore sin troppo esiguo, ma che fortunatamente riacquista un po’ di questo spessore grazie alle ormai note qualità di Hardy.

Insomma, Legend è un film che funziona poco sulla carta e che riesce a salvarsi per un soffio sullo schermo, aiutato, come dicevo, da un’ottima performance attoriale e da una regia posata e funzionale.

Davide Rossi

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